Giuseppe De Mita

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Sulla fiducia a Renzi

25/02/2014

«Il passaggio politico che stiamo attraversando resta dentro una logica di necessità. Il voto di fiducia in Senato testimonia questa condizione. Il rapporto di fiducia non è un passaggio formale ma è il momento attraverso il quale si ricompone il rapporto tra il luogo della sovranità popolare e chi viene delegato a fare le riforme. E’ difficile scorgere elementi di novità nel programma che ha presentato. Non lo dico per esprimere un limite, ma per registrare un fatto. Lei si propone certo con un di più di voglia di cambiamento e di velocità, ma il rischio è di esprimere un giudizio implicito verso il governo che l’ha preceduta e di sottovalutare le difficoltà del presente». Lo ha dichiarato Giuseppe De Mita, vice presidente vicario del gruppo “Per l’Italia” nel suo intervento alla Camera nella discussione generale sulla fiducia al governo Renzi.

Per De Mita le criticità nel programma presentato dal presidente del Consiglio Matteo Renzi vanno individuate nella proposta di legge elettorale, nella riorganizzazione istituzionale con la mancata previsione del ministero per la Coesione Territoriale e, infine, nella indefinitezza delle questioni economiche.

«Il Governo di larghe intese – ha continuato De Mita - nasceva transitoriamente sulla necessità di fare le riforme. Ad un certo punto una forza politica si è sottratta per ragioni non politiche. Il Pd doveva sostenere questo percorso di evoluzione del sistema politico. Il Partito Democratico oggi, invece, si pone in una posizione molto ambiziosa ma anche molto rischiosa, quella di pretendere una centralità coatta con maggioranze variabili. Se questo disegno dovesse riuscire avremmo sì una forma di equilibrio politico, ma di sicuro molto stravagante».

«Pur con tutte le condizioni di necessità che accompagnano questo Governo – ha così concluso l’onorevole Giuseppe De Mita - noi ci siamo. Questo è un governo di coalizione per fare le riforme. Se poi questa maggioranza si amplia o si riduce, lo vedremo in Parlamento, ma diciamo no a schemi di convenienza. Il tema vero che abbiamo di fronte non è ridurre la minima forza di ricatto dei piccoli partiti, ma quello di affrontare l’indifferenza e la rabbia delle persone nei confronti della politica».

Congresso Udc, un mandato chiaro

22/02/2014

L’intervento di Giuseppe De Mita al IV Congresso Nazionale dell’Udc

«Ciò che mi preoccupa rispetto al congresso che stiamo celebrando è il problema della chiarezza al nostro interno. Il punto è utilizzare parole chiare. Se abbiamo identità di vedute sulla linea politica da seguire, ma poi restano posizioni distinte, allora significa che questa identità di vedute non è reale. Dovremmo operare una lettura della realtà che ricomponga tutto con parole di verità. Finora abbiamo proceduto con annunci ma senza fatti politici e questo ci ha tolto la credibilità
Oggi dovremmo provare a liberarci dal condizionamento dei fatti della cronaca. Alla crisi della prima Repubblica ci sono state risposte diverse. La sinistra si è organizzata sul giustizialismo, oppure ci sono stati i localismi delle leghe e poi Berlusconi che ha colto questo malessere interpretandolo con l’individualismo. La questione è riemersa nel 2008. Allora, la somma dei voti presi da Pd e PdL è stata pari al 70% degli aventi diritti al voto. Noi abbiamo avvertito che quel modo di organizzare la risposta non avrebbe retto. Ma non abbiamo saputo elaborare una risposta chiara. Dopo le Politiche del 2013 sono emerse cinque poli: il Pd, il PdL, il Movimento Cinque Stelle, la nostra area e l’astensione. Ora, di fronte a questo quadro, è un abbaglio ritenere che una legge elettorale possa risolvere i problemi. E’ chiaro, perciò, che la questione che dobbiamo affrontare non è di collocazione, ma di scelta politica. Ed è su questo terreno che siamo stati considerati assenti sulla scena politica. Dobbiamo giocare la nostra partita sul terreno delle politiche. Il nostro problema non è come collocarci, il nostro problema è cosa diciamo alle persone. Finora abbiamo realizzato l’astrattezza di un partito popolare senza popolo, quando popolarismo significa dare una risposta ai problemi delle persone. Dire che dobbiamo arare il campo del centrodestra significa dire una banalità perché oggi l’elettorato è sparpagliato in una condizione di dispersione emotiva. E oltretutto questo campo lo vorrei arare da proprietario e non da campesinos. Il punto è come rispondiamo alle esigenze della gente, senza essere didascalici.
Abbiamo bisogno di un’iniziativa politica e il campo praticabile non è lo schieramento, ma è riuscire a cogliere quello che si è realizzato nell’area non socialdemocratica in questi ultimi mesi: da un lato la scomposizione di Scelta Civica e dall’altro la rottura di Alfano con Berlusconi. E avviare un confronto vero con le forze che si richiamano al popolarismo all’interno della maggioranza di governo.
Dobbiamo avviare questo percorso costringendo Renzi a riflettere sul fatto che un Governo fa le riforme non per il superomismo del Premier, ma per interpretare gli interessi della società. La mia preoccupazione è che oggi Renzi recuperi Berlusconi perché ha in mente l’idea veltroniana del partito, un partito a vocazione maggioritaria, con l’obiettivo di emarginare tutti gli altri.
Abbiamo bisogno di decidere una strada politica che è quella che il segretario Cesa ha illustrato nella sua relazione e che parli alla società e non dica semplicemente dove dobbiamo collocarci. E il tema è la credibilità. Il punto è che quello che verrà affidato con il voto di questo congresso deve essere un mandato chiaro: determinare entro il tempo certo di un anno le condizioni per realizzare questa linea. Ma sempre con chiarezza: la linea la deve interpretare chi l’ha spiegata. Al segretario sarà conferito un mandato chiaro, non si tratta di un rinnovo di mandato. E che dovrà essere verificato negli organi dirigenti. Un mandato che prevede di avviare un lavoro già per le prossime Europee determinando le condizioni per una lista comune. Questa è la novità: dobbiamo avere un segretario che fa il segretario, che si intesta la responsabilità delle scelte assunte.
Il punto che oggi ci poniamo è quello sfidare questa condizione del presente. E candidarci così ad interpretare il futuro».

Spunti per il Congresso Nazionale

Roma, 21 - 23 febbraio 2014

20/02/2014

"Il coraggio di decidere, la forza per vincere" è questo il titolo del IV Congresso Nazionale dell’Unione di Centro che da domani a domenica vedrà riunita all’Auditorium Conciliazione di Roma tutta la classe dirigente del partito. I lavori inizieranno alle 10.30 di domani mattina con l’elezione del presidente dell’assemblea, dell’ufficio di presidenza e con la definizione di tutti gli adempimenti tecnici necessari a garantire lo svolgimento delle procedure di voto da parte dei delegati. A seguire, sempre in mattinata, ci sarà la relazione del segretario nazionale Lorenzo Cesa. Si aprirà poi il dibattito congressuale che culminerà con l’elezione, da parte dei delegati, del segretario e del Consiglio nazionale.

Leggi gli spunti di riflessione di Giuseppe De Mita

Verso il congresso nazionale

Assemblea Udc Napoli

07/02/2014

Si è svolta questo pomeriggio a Napoli l’assemblea regionale dell’Udc alla presenza del presidente Ciriaco De Mita e del segretario nazionale Lorenzo Cesa. Presenti, inoltre, l’europarlamentare Giuseppe Gargani, l’assessore regionale Pasquale Sommese ed il consiglieri regionali dell’Unione di Centro.
Di seguito l’intervento di Giuseppe De Mita, vicepresidente del gruppo Popolari per l’Italia alla Camera dei Deputati.

"Non siamo il Terzo polo e non lo siamo mai stati. Dobbiamo candidarci a fare il polo dei Popolari in Italia.

L’incontro di oggi è stato accompagnato da letture fuorvianti che hanno caricato di significati impropri il senso di questa discussione. Non siamo qui per ragioni episodiche, ma siamo il frutto di un percorso che abbiamo svolto dal febbraio 2013 ad oggi con una quantità di discussioni con le quali ci siamo posti il problema di quello che è accaduto con il passaggio elettorale delle Politiche. Anche le diversità di vedute hanno l’esigenza di essere spiegate ma dentro questo quadro. Il confronto tra opinioni non è e non deve essere la premessa per la rottura. Ho molto a cuore l’unità del nostro partito così come si è verificata in Campania dove siamo riusciti a recuperare una condizione di unità che oggi è un valore che non va disperso.

Va detto con chiarezza che noi non abbiamo mai ipotizzato il Terzo polo. Al contrario, ci siamo posti come alternativa ad un sistema bipolare che consideravamo inadeguato. Se fossimo stato il Terzo Polo avremmo implicitamente riconosciuto la fondatezza del bipolarismo.

Alla fine abbiamo potuto dire che avevamo ragione ma non siamo stati in grado di intercettare la posizione di chi non si riconosceva né nel Pd e nemmeno nel PdL. Alle Politiche del 2013 abbiamo ottenuto il 10% che non erano i voti che avevamo conquistato, ma erano i voti che non avevamo perso. Al rigorismo contabile non siamo stati in grado di affiancare una suggestione. E oggi la soluzione non è e non può essere una scorciatoia. Il rischio è di trasferire i nostri limiti all’esterno. In Campania, dove potremmo essere schiacciati tra Forza Italia da un lato ed il Pd dall’altro, noi scopriamo che la nostra capacità di radicamento ci rende protagonisti sui territori.

Il punto di partenza è ricomporre l’area popolare partendo dall’attuale maggioranza di Governo. Abbiamo il dovere di portare a compimento questo tentativo, quello di aggregare un’area. Ci dobbiamo candidare a stare in quello spazio.

C’è un pezzo di elettorato che è in attesa di qualcosa e che è conquistabile nella maniera in cui affrontiamo il tema dell’innovazione, quello della sfida alla realtà, evitando le scorciatoie. Il congresso, che deve conservare l’unità di questo partito, va fatto in questa direzione",

La prospettiva dell’Udc

Questione di coraggio

01/02/2014

“Il disegno di trasformare il populismo berlusconiano in una forma di popolarismo moderno è già fallito anni fa. Se lo riproponessimo oggi, più che un’illusione, rischierebbe di apparire una furbizia”. Lo scrive sulla sua pagina Facebook Giuseppe De Mita, vicepresidente dei Popolari per l’Italia alla Camera dei Deputati.
“Se il terzo polo lo ha fatto Grillo – continua il post di De Mita - la conclusione non è che non esiste il terzo polo (con un quarto polo fatto dagli astenuti), ma che noi non siamo stati capaci di dare voce a quelli che non si riconoscevano nel bipolarismo muscolare. Non ci sono scorciatoie praticabili che risolvano la questione che resta tutta in piedi, nonostante l’ipotesi di legge elettorale in discussione, quella di organizzare una proposta politica che aggreghi l’area non di sinistra recuperando la disaffezione elettorale ed emarginando i populisti. Per fare questo occorre coraggio. Quello che non si percepisce se si resta sempre al traino, ieri di Monti, oggi dell’accordo Renzi-Berlusconi”.
“Sarebbe ora – conclude il vicepresidente dei Popolari per l’Italia alla Camera - di un esame di coscienza che ci porti a superare i nostri limiti e non a fare, al contrario, dei nostri limiti una sorta di incomprensibile virtù della sopravvivenza. Tra venti giorni, al congresso discuteremo di queste cose. Con l’orgoglio di chi nel 2008, in una fase altrettanto confusa, ha fatto la scelta giusta contro la logica della forza e non con l’atteggiamento di chi in sostanza debba quasi farsi perdonare l’errore di scelte sbagliate”.

Il convegno di CambiaMenti

La sfida delle aree interne

13/02/2014

“Dobbiamo essere ambiziosi e dobbiamo avere orgoglio”. Ha così iniziato il suo intervento l’onorevole Giuseppe De Mita, vicepresidente vicario del gruppo “Per l’Italia” alla Camera dei Deputati, in occasione del convegno “Aree interne. Da terre di frontiera a orizzonti di futuro”, promosso dall’associazione CambiaMenti, che si è svolto questo pomeriggio presso la Camera di Commercio di Avellino.
“A nessuno sfugge – ha continuato De Mita - come, insieme alla discussione sulla individuazione di un nuovo modello di organizzazione territoriale, stiamo anche ragionando su come ricomporre un’identità culturale all’interno dei nostri territori. Finora abbiamo inteso la circostanza di essere persone che vivono nelle aree interne come una diversità che conteneva un limite. La diversità deve essere, al contrario, necessariamente un elemento di orgoglio. Oggi la diversità è diventata lo spazio possibile dentro il quale costruire una nuova dimensione economica. Tutto quello che finora è stato declinato nei termini delle aree marginali oggi può diventare il nuovo centro di aggregazione delle persone”
“In questa provincia abbiamo fatto un percorso – ha dichiarato ancora De Mita facendo riferimento al lavoro svolto dalle conferenze di copianificazione fino al Patto per lo Sviluppo - L’elemento differenziale dal quale siamo partiti era dato dalla possibilità di approfittare della crisi per fare nuova gerarchia. Ed è quello che abbiamo fatto. Dal 2009 e fino ai lavori del Patto per lo Sviluppo, il punto è stato capire che se c’è coesione su obiettivi comuni le risorse diventano funzionali a raggiungerli. Senza coesione e senza strategia comune, avere risorse diventa quasi ininfluente. Progressivamente abbiamo ottenuto questa consapevolezza. Oggi questo lavoro ha la possibilità di fare un salto di qualità perché incrocia due programmi, uno nazionale ed uno europeo, dedicati alle aree interne, non considerate come aree marginali a cui fare un’elargizione, ma viste come nuovi baricentri. Questo ci consentirà, inoltre, di fare un’operazione identitaria. E per farlo dobbiamo essere protagonisti in questa partita”.
“La delibera della Provincia di Avellino del gennaio scorso – ha così continuato il deputato - che rimette insieme tutto il lavoro del Patto, non è un fatto formale. Serve a dire che noi ci siamo, che siamo protagonisti e che non abbiamo una posizione ancillare e mendicante, ma siamo dentro il percorso di definizione delle strategie per le aree interne. La delibera rappresenta perciò un atto politico oltre che amministrativo e rappresenta il recupero di una soggettività che ci consente di avere un ruolo paritario dentro questo processo “.
“Sul programma nazionale, a cui si fa riferimento nella legge di stabilità – ha concluso De Mita - devono essere definite aree per sperimentare progetti pilota. Avendo fatto con il Patto un percorso di rilievo, direi unico in Italia, riteniamo di poter essere titolari di uno dei progetti pilota. L’altro pezzo è sul programma europeo, sulla programmazione 2014-2020. La Comunità Europea dedica attenzione alle aree interne ed è per questo che dentro il Por deve essere per forza di cose definita una linea di finanziamento per le aree interne. Le aree interne oggi possono vivere una la nuova condizione. Oggi abbiamo la possibilità di constatare come possa ribaltarsi la descrizione di Rossi Doria sulla polpa e l’osso. Per farlo servono, però, ambizione ed orgoglio”.

Comunita’Montane, si evitino pasticci

Ipotesi cancellazione

19/02/2014

«Il provvedimento con il quale si vorrebbe arrivare alla cancellazione delle Comunità Montane della Campania desta più di un dubbio. Il rischio è quello di replicare la logica che ha ispirato il decreto che determina la soppressione delle Province». Lo dichiara l’onorevole Giuseppe De Mita, vicepresidente vicario del gruppo “Per l’Italia” alla Camera dei Deputati.
«Assumendo il problema del costo dei forestali – continua De Mita - si ipotizza la soppressione delle comunità montane, una misura, cioè, che non cancella le funzioni e nemmeno l’onere economico relativo allo svolgimento delle stesse. Trasferendo il costo in capo ai Comuni, infatti, non si risolve il problema perché, per un verso, i Comuni non hanno disponibilità ad attingere risorse - sicuramente meno rispetto alla Regione che può far capo, ad esempio, ai fondi europei - e, per l’altro verso, si affiderebbero alle amministrazioni comunali attività che sono di area vasta, come quelle di manutenzione del territorio».
«Se è vero – così conclude il deputato – che è necessaria una revisione di quei livelli istituzionali in grado di intercettare i problemi di area vasta, con provvedimenti del genere si crea una forbice molto ampia che, ad un estremo, ha i singoli Comuni, i cui modelli associativi hanno oggi confini ancora poco nitidi, e, dall’altro, la Regione e le Città Metropolitane, portando di fatto ad un indebolimento degli strumenti di tutela per quelle attività che hanno una dimensione sovracomunale. A questo punto, il consiglio regionale, che deve dire l’ultima parola sulla questione, valuti bene, rifletta bene in merito a quello su cui sarà chiamato ad esprimersi con il proprio voto. L’onda populista, al quale questo provvedimento sembra richiamarsi, rischia di lasciare problemi aperti e senza soluzione e lavoratori senza tutela».

Il Pd cala giu’ la maschera

L’adesione al Pse

28/02/2014

«Con l’adesione al PSE, il Partito Democratico ha messo giù la maschera, assumendo una posizione che di fatto chiude l’equivoco sul quale si era fondata la nascita stessa del Pd nel 2007 e cioè l’ambizione di creare un luogo in cui le due principali culture politiche italiane, quella cattolico-popolare e quella socialdemocratica, potessero trovare una conciliazione e una rigenerazione». Lo scrive sulla sua pagina Facebook l’onorevole Giuseppe De Mita, vicepresidente vicario del gruppo "Per l’Italia" alla Camera dei Deputati.

«A questo punto - continua De Mita - non ci sono più alibi per nessuno, facendo salva la solitaria onestà intellettuale, ancorché la debolezza, di Fioroni che in direzione ha votato contro questa opzione, rimanendo, però, ad un livello di testimonianza. Con l’adesione al PSE si aderisce ad una cultura, ad un orientamento, ad un modo di intendere la politica. Non è un modo cattivo, ma è un modo altro. Perché, senza giri di parole, è chiaro come il cattolicesimo popolare non abbia nulla in comune con la socialdemocrazia europea».

«Lo scenario, adesso, è più chiaro - così conclude l’onorevole De Mita - Con questa indicazione si ottiene il superamento delle ambiguità di questo ultimo ventennio: perimetrata l’area socialdemocratica e con Berlusconi che resta riferimento di spinte populiste, diventa necessaria la definizione di un soggetto che sia interlocutore dell’area popolare ancora fortemente presente nel nostro Paese. Siamo noi ad essere chiamati ad assumerci la responsabilità di questo percorso».

15 Novembre 2016

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